mercoledì 11 aprile 2012

Il Club del Picco

sabato 10 dicembre 2011

l'inganno della crescita

lunedì 14 novembre 2011

Un economista consapevole dei limiti

Quaranta anni fa, quando lessi The Limits to Growth, pensavo già che la crescita dell’uso totale delle risorse (popolazione x uso pro capite delle risorse) si sarebbe fermata entro i successivi quarant’anni. L’analisi modellistica del gruppo di Meadows era la conferma certa della convinzione diffusa basata su principi risalenti per lo meno a Malthus e ai primi economisti di scuola classica.

Bene, a distanza di quarant’anni, la crescita economica è ancora l’obiettivo politico praticamente di tutte le nazioni – è innegabile. Gli economisti della crescita dicono che i “neo Malthusiani” hanno semplicemente sbagliato e che continueremo a crescere. Ma io penso che la crescita economica sia già finita, nel senso che la continuazione della crescita è attualmente antieconomica – costa più di quanto vale al margine e ci rende più poveri che ricchi. La chiamiamo ancora crescita economica, o semplicemente ”crescita” nella confusa convinzione che crescita debba sempre intendersi in senso economico. Io sostengo che noi - specialmente coloro che vivono nei paesi ricchi - abbiamo raggiunto il limite economico della crescita, ma non lo sappiamo e disperatamente neghiamo l’evidenza di una contabilità nazionale imperfetta, perché la crescita è il nostro idolo e smettere di adorarlo è un anatema.

E’ incontestabile che se ci chiedessimo se preferiremmo vivere in una grotta congelando al buio invece di accettare i benefici che abbiamo tratto dallo sviluppo, la risposta sarebbe, ovviamente, no. I benefici complessivi dello sviluppo sono, a mio avviso, maggiori dei costi complessivi, sebbene taluni studiosi di economia dibattano questa questione.

In ogni caso non possiamo distruggere il passato e bisogna essere grati a coloro che hanno pagato i costi della creazione del benessere di cui oggi noi godiamo. Ma come ogni economista che si rispetti dovrebbe sapere, sono i costi e i benefici marginali (non totali) che sono rilevanti per determinare quando la crescita diventa antieconomica. I benefici marginali sono in declino, perché ormai soddisfiamo i nostri più pressanti bisogni primari; i costi marginali crescono, perché usiamo innanzitutto le risorse più accessibili e sacrifichiamo alla crescita gli ultimi servizi ecosistemici vitali (trasformiamo la natura in artefatti). I benefici marginali del possesso di una terza autovettura valgono il costo marginale dello sconvolgimento climatico e l'innalzamento del livello del mare? Il calo dei benefici marginali uguaglierà l’aumento dei costi marginali mentre i benefici netti sono positivi - proprio quando i benefici netti cumulativi di crescita del passato sono al massimo! Nessuno è contro l'essere più ricco, almeno fino a un sufficiente livello di ricchezza. Che essere ricco sia meglio di essere poveri è una verità lapalissiana. Che la crescita ci renda sempre più ricchi è un errore elementare anche all'interno della logica di base di un’ economia standard.

Quanto detto prima, ci suggerisce che non vogliamo veramente sapere quando la crescita diventa antieconomica, perché allora dovremmo smettere di crescere in quel punto - e non sappiamo come gestire un stato stazionario dell'economia, e che siamo religiosamente impegnati in un'ideologia dell’assenza di limiti. Noi vogliamo credere che la crescita può "curare la povertà" senza distribuzione e senza limitare la dimensione produttiva della nicchia umana. Per mantenere questo stato di illusione si confondono due distinti significati del termine "crescita economica". A volte ci si riferisce alla crescita di quella cosa che chiamiamo economia (il sottosistema fisico del nostro mondo costituito dalle scorte di popolazione e ricchezza, e dai flussi di produzione e consumo). Quando l'economia diventa fisicamente più grande, noi la chiamiamo "crescita economica". Ma il termine ha anche un secondo significato molto diverso - se la crescita di tutto ciò che produce dei benefici aumenta più rapidamente dei costi, anche quella noi la chiamiamo "crescita economica" - la crescita è economica nel senso che produce un beneficio netto o un profitto. Ora, "crescita economica" nel primo senso comporta "crescita economica" nel secondo senso? No, assolutamente no. L'idea che una economia più grande debba sempre renderci più ricchi è pura confusione.

Che gli economisti debbano contribuire a questa confusione è sconcertante perché tutti i microeconomisti si dedicano a trovare la scala ottimale di una determinata attività - il punto oltre il quale i costi marginali superano i benefici marginali e un'ulteriore crescita sarebbe antieconomica. La formula Ricavo marginale = costo marginale è anche chiamata "quando si ferma la legge" di crescita per un'impresa. Perché questa semplice logica di ottimizzazione scompare nella macroeconomia? Perché la crescita della macro-economia non è soggetta ad una analoga "quando fermare la legge"?

Ci rendiamo conto che tutte le attività microeconomiche fanno parte del sistema più grande macroeconomico, e la loro crescita provoca lo spostamento e il sacrificio di altre parti del sistema. Ma la macro-economia è concepita come il tutto, e quando si espande, presumibilmente nel vuoto, non sposta nulla, e non comporta, quindi, alcun effetto costi-benefici. Ma questo è falso, naturalmente. Anche la macro-economia è una parte, un sottosistema della biosfera, una parte della Più Grande Economia degli ecosistemi naturali. Anche la crescita della macro-economia impone un “costo opportunità” crescente della riduzione di capitale naturale che ad un certo punto limiterà l'ulteriore crescita.

Ma alcuni dicono che se la nostra misura empirica della crescita è il PIL, basato sull’acquisto e la vendita volontarie di beni e servizi finali in libero mercato, allora, ciò garantisce che la crescita sia sempre costituita da beni e non da "mali". Questo accade perché la gente volontariamente acquista solo beni. Se essi, infatti, comprassero “mali” allora dovremmo ridefinirlo come un bene! Vero abbastanza, ma fino ad un certo punto. Il libero mercato non stabilisce un prezzo per i mali – i mali, tuttavia, sono inevitabilmente prodotti indivisi dai beni. Da quando i mali sono senza prezzo, la contabilità del PIL non può sottrarli – invece registra la produzione aggiuntiva di anti-mali (che invece hanno un prezzo), e li conta come merci. Per esempio, non sottraiamo il costo dell'inquinamento come un male, ma si aggiunge il valore della pulizia dell’inquinamento come un bene.
Questa è la contabilità asimmetrica. Inoltre calcoliamo il consumo del capitale naturale (l'esaurimento di miniere, pozzi, falde acquifere, foreste, pesca, terriccio, ecc) come se si trattasse di reddito, piuttosto che riduzione del capitale- un colossale errore contabile. Paradossalmente, quindi, il PIL, qualunque cosa misuri, è anche il miglior indice statistico che abbiamo dell'aggregato di inquinamento, esaurimento, congestione e perdita di biodiversità. L’economista Kenneth Boulding ha suggerito, un po’ ironicamente, di ridefinirlo Costo Interno Lordo. Almeno dovremmo mettere costi e benefici in una contabilità separata per il confronto. Economisti e psicologi stanno scoprendo che, al di là di una soglia di sufficienza, la correlazione positiva tra PIL e felicità soggettiva* scompare. Questo non è sorprendente perché il PIL non è mai stato inteso come misura di felicità o di benessere - solo di attività, alcune delle quali sono gioiose, benefiche, altre purtroppo necessarie, correttive, banali, dannose, e, talora, stupide.

In sintesi, la crescita economica in senso 1 (scala) può essere, e negli Stati Uniti è diventata, crescita antieconomica in senso 2 (benefici netti). Ed è il senso 2 che conta di più. Penso che I limiti dello sviluppo in senso 2 siano stati raggiunti negli ultimi quaranta anni, ma che li abbiamo volontariamente negati, con grande danno della maggior parte di noi, ma a beneficio di una élite minoritaria che continua a spingere per una ideologia della crescita , perché ha trovato il modo di privatizzare i benefici della crescita e socializzare i costi sempre maggiori. Ora la questione che mi pongo è: è possibile che la negazione, l’ illusione e l’offuscamento durino altri quarant'anni? E, se continuiamo a negare il limite alla crescita economica, quanto tempo abbiamo prima di schiantarci contro i più discontinui e catastrofici limiti biofisici? Sono fiducioso che nei prossimi quarant’ anni potremo finalmente riconoscere e adattarci al più clemente possibile limite economico. L'adattamento significa passare dalla crescita ad un stato stazionario dell'economia, quasi certamente di scala più piccola di quello attuale. Con scala intendo dimensioni fisiche dell'economia rispetto all’ecosistema, probabilmente meglio commisurato con il rendimento delle risorse. E, ironia della sorte, il miglior indice esistente che abbiamo è probabilmente il PIL reale!

Devo confessarlo, sono sorpreso che la negazione abbia resistito per quarant’anni. Penso che risvegliarci dal nostro stato di confusione e illusione richiederà una specie di pentimento e conversione, per dirla in termini religiosi. È inutile "prevedere" se avremo la forza spirituale e la chiarezza razionale per una tale conversione. La previsione della direzione della storia si fonda su un determinismo che nega scopo e sforzo come cause indipendenti. Nessuno ottiene un premio per aver predetto il suo comportamento. La previsione del comportamento altrui è problematica, perché gli altri sono così troppo se stessi. E, se siamo davvero deterministi, allora non importa ciò che prevediamo - anche le nostre previsioni sono determinate. Come non-determinista spero e lavoro per porre fine alla crescita-mania entro i prossimi quarant’anni. Questa è la mia personale scommessa sul futuro a medio termine. Quanta fiducia ho di vincere questa scommessa? Circa il 30%, forse. È del tutto plausibile che avremo il totale esaurimento delle risorse della terra e dei sistemi di supporto vitale nel tentativo rovinosamente dissipativo di crescere all’infinito: forse con la conquista militare delle risorse di altre nazioni 'e dei rimanenti beni comuni globali, forse con il tentativo di conquistare la "frontiera alta" dello spazio. Molti pensano che sol perché abbiamo gestito un paio di spedizioni spaziali dal costo enorme, la fantascientifica colonizzazione dello spazio siderale sia tecnicamente, economicamente, politicamente, ed eticamente praticabile. E queste sono le stesse persone che ci dicono che mantenere l’economia sulla terra in uno stato stazionario è un compito troppo difficile da realizzare.


* Si tratta del cosiddetto “Paradosso della felicità” di Easterlin. Il Paradosso della felicità, analizza il rapporto tra felicità (o meglio “soddisfazione”) di ogni individuo e la sua ricchezza. Il risultato individua (e per questo diventa un paradosso) un rapporto tra i due valori inversamente proporzionale, cioè a maggior ricchezza corrisponderebbe una riduzione della felicità .


Stralci da "I prossimi quarant'anni" di Herman Daly "economista ecologista"

mercoledì 24 agosto 2011

la Fine della crescita

venerdì 13 maggio 2011

In Transition

giovedì 16 settembre 2010

post carbon cities

Verso la fine del primo decennio di questo secolo, la popolazione urbanizzata ha superato in numero quella rurale e, recentemente, la capacità produttiva mondiale di greggio convenzionale ha cominciato a mostrare segni di forte instabilità superando, forse per sempre, il suo picco storico di massima offerta. I disastri ambientali ed economici che hanno letteralmente flagellato il 2010, gli incendi e le alluvioni con numerose decine di milioni di sfollati in Cina, Russia, Pakistan e Nord Europa, il versamento di milioni di barili di petrolio nel Golfo del Messico, l’estrema volatilità del prezzo del barile degli ultimi anni, sono gli esempi più recenti ed eclatanti di cosa si voglia intendere per incertezza climatica ed energetica. Eventi atmosferici sempre più estremi e frequenti sono la realtà del presente mentre, una produzione petrolifera in difficoltà è costretta a perforazioni in zone sempre più profonde, facendo uso di tecnologie sempre più sofisticate, soggette a costi crescenti, non sempre calcolabili, e a incidenti tecnici e situazioni geopolitiche imprevedibili.

Appare evidente come tutte le attività umane, e quindi anche la vivibilità degli ambienti urbani, dipendano strettamente dalla salute e stabilità degli ecosistemi: il loro sovra sfruttamento, che un’illusoria crescita illimitata ed esponenziale della produzione e dei consumi impone ad una velocità che ne oltrepassa le intrinseche capacità di rigenerazione, non è in grado di garantire all’umanità una prosperità di lungo periodo e l’equa gestione e ripartizione di risorse planetarie limitate.

I sistemi naturali rispondono a leggi proprie, incompatibili con il ritmo imposto dal libero mercato e con la contabilità fantasiosa dei modelli produttivi ed economici contemporanei che sono fonte di squilibri a tutti i livelli e di un debito, sia monetario che ambientale, crescente ed insostenibile, che sta ipotecando il nostro stesso futuro.

La buona notizia, in questo quadro preoccupante, è che, in diverse parti del mondo, grazie ad un più facile accesso a testi e documenti, spesso in lingua inglese, molte comunità e numerosi amministratori locali si stanno preparando ad affrontare con metodo, quella che sarà la necessaria ed improcrastinabile rivoluzione dei prossimi anni: il passaggio ad una civiltà cosiddetta Post Carbon, consistente nel progressivo affrancamento dalle fonti fossili in esaurimento e la volontaria riduzione di quelle attività antropiche incompatibili con la stabilità climatica e la salute degli ecosistemi.

Assume in questo contesto particolare valore, il recupero delle antiche sapienze di un passato, nemmeno troppo remoto, quando la cultura della scarsità, del riciclo, dell’efficienza e dell’uso intelligente delle risorse locali, pervadeva tutta la cultura contadina: coniugare conoscenze e saggezze accantonate (il vecchio con il nuovo), con i più recenti avanzamenti nel campo delle energie rinnovabili, dell’information tecnology, della mobilità e dell’edilizia sostenibile; declinare, in maniera creativa ed in forme diversificate e flessibili, soluzioni adattate alle singole realtà locali, sono entrambi operazioni in grado di incrementare la scarsa resilienza11 dei sistemi di approvvigionamento e produzione attuali.

Abbiamo quindi tutte le conoscenze e le tecnologie utili ad affrontare questo irrimandabile cambiamento, ma, data la dimostrata complessità ed interattività dei sistemi naturali, né una visione antropocentrica positivista e riduttiva, né la semplicità e linearità di un pensiero cartesiano ancora dominante, sono in grado di comprendere e gestire la transizione che ci attende.

È pertanto opportuno prendere familiarità anche con tecniche operative e strumenti concettuali olistici, ancora poco conosciuti, come il Pensiero sistemico, il Management adattivo, le Teorie del Caos, l’Impronta ecologica, la Permacultura, le Tecniche del consenso. All’interno di questo testo troverete delle brevi trattazioni che vi introdurranno sul significato di alcuni di questi termini.

Potenzialmente mistificatoria, è invece, qualsiasi superficiale rivisitazione del businnes as usual in chiave verde: le maggiori difficoltà consistono proprio nel riconoscere ed abbattere quel muro di dogmi culturali, interessi economici e resistenze psicologiche operanti per il mantenimento dello status quo.

In Italia, il deficit informativo su questi temi, omessi o trattati nei media mainstream in maniera spesso superficiale, la debolezza e scarsa lungimiranza di molte delle soluzioni proposte e l’etichetta di catastrofismo ed ambientalismo radicale che spesso viene posta a chi se ne occupa con scrupolo, delinea un quadro di grave ritardo ed inadeguatezza di fronte a problematiche tanto fondamentali per la qualità della vita e dell’economia di tutti noi.

Eppure, anche nel nostro Paese, non mancano i segnali di rischiosi cambiamenti climatici, che, complice il dissesto idrogeologico, la desertificazione di alcune zone e la dissennata cementificazione di ampie aree di territorio, hanno come conseguenza frane di dimensioni inusuali, alluvioni ripetute, incendi estesi, insopportabili isole di calore urbane e calo della produttività agricola. La dipendenza energetica dell’Italia è peraltro un tema cruciale, poiché, non solo incide in maniera sempre più grave sulla perdita del potere di acquisto delle famiglie, ma anche sulla competitività di un sistema industriale di trasformazione. La soluzione nucleare riproposta ultimamente, semmai verrà percorsa, al di là delle questioni di sicurezza e di carattere sanitario, non ci metterà comunque al riparo dall’incertezza energetica, accentuando la dipendenza da una fonte comunque non rinnovabile, anche essa in esaurimento e dai costi in ascesa.

SCARICA IL VOLUME: http://www.indipendenzaenergetica.it/

lunedì 19 aprile 2010

Dipende da noi

"Oggi cominciamo a comprendere che quanto accadrà d’ora in avanti dipende da noi in una misura mai concepita nel passato, che dobbiamo fare appello a nuove forme di coraggio e previdenza, che non possiamo permetterci di commettere ulteriormente gravi errori politici o ideologici.

Il boom economico e il progresso tecnico-scientifico
[Negli anni '50 e '60] predominava, per quanto atteneva al futuro, un clima di legittima euforia. Previsioni in apparenza legittime lasciavano credere in uno standard di vita più elevato e in un’esistenza più serena e armonica sia per i ricchi sia per gli indigenti. Tutti eravamo troppo assorbiti dalla lieta preconizzazione dei benefici derivanti dalle nostre prodezze tecnico-scientifiche e dai successi economici per darci pensiero dei costi e dei limiti futuri, per non dire di un possibile declino delle condizioni generali del mondo. [...]

Disordine interiore
Ma in realtà la conseguenza più nefasta della nostra fallace convinzione secondo la quale le politiche, le strategie, le linee di condotta alle quali continuiamo ad attenerci finiranno per sottrarci alle crisi che attualmente ci insidiano, sta nel fatto che tale persuasione distoglie la nostra attenzione dal nocciolo del problema occultando ben altro alla radice della nostra crisi, qualcosa di intangibile e ancora indefinito, e tuttavia fondamentale, qualcosa infine che si cela in noi e ha il potere di produrre il male altrimenti incomprensibile che ci possiede. Mi riferisco al nostro stato di disordine interiore. Questo è il vero tallone di Achille della personalità dell’uomo e della donna di oggi, e pertanto della nostra civiltà trionfante.[...]

Noi interferiamo in misura crescente con tutto ciò che il nostro pianeta offre, trasformandolo senza posa allo scopo fin troppo palese di porlo al servizio delle nostre necessità e delle nostre pretese con progressiva efficienza e risultati sempre più copiosi. Ma le nostre tensioni interiori, i nostri squilibri, le nostre incertezze tendono ad allargarsi alle nostre comunità, a contagiare di sé la società; sicché moltiplicandosi ricadono di nuovo su di noi a livello individuale.
Tali processi, al tempo stesso causa e conseguenza del nostro disordine interno e del rapporto sempre più caotico con il nostro ambiente, hanno trovato notevole incentivo nelle rivoluzioni materiali che hanno determinato mutamenti radicali così vistosi e profondi da differenziare il nostro tempo da ogni precedente epoca storica e farne un fenomeno a sé stante. Grazie a una siffatta metamorfosi abbiamo acquisito in brevissimo tempo nozioni e poteri inaspettati. Nondimeno dobbiamo riconoscere che, inebriati dalla nuova realtà, l’abbiamo erroneamente interpretata come la prova della nostra funzione primaria, quasi fossimo il baricentro di ogni cosa. Ahimé, appare invece assai evidente che l’accresciuta ampiezza delle nostre facoltà non si accompagna a una nuova saggezza, a una nuova e adeguata visione delle cose, e che troppo spesso finiamo per tradirle o per farne un uso inconsulto, determinando nella globalità del nostro ambiente trasformazioni radicali e spesso incontrollabili, o alle quali non sappiamo adeguarci. Quanto più andiamo ampliando la gamma dei nostri poteri e delle nostre conoscenze, tanto maggiori sono i pericoli ai quali ci troviamo esposti. [...]

Un nuovo umanesimo
Soltanto un nuovo umanesimo che da un lato non scenda a compromessi nelle sue motivazioni ideali e per altro verso si mostri coerente con la realtà tecnologica del nostro tempo potrà esserci di valido aiuto in questo cruciale recupero di noi stessi. Solamente questa forma di umanesimo, dimostrando che la salvezza ha il suo punto di partenza in noi, può accordarci la forza necessaria per raggiungere mete più elevate consentendoci di esplorare le strade alternative che ci guideranno al futuro. Ciò che designo come rivoluzione umana è appunto quella rinascita dello spirito dell’essere umano in un momento di grande sconvolgimento e di sconforto. [...]

La meta della rivoluzione umana
[...] La meta primaria della rivoluzione umana, nonché l’esito più importante che dalla stessa dobbiamo attenderci, è la piena realizzazione delle nostre capacità innate. [...] Il mondo ha bisogno di trovare la fiducia in se stesso e nella sua capacità di forgiare un futuro migliore. Lo sviluppo delle nostre risorse innate costituisce il punto naturale d’avvio grazie al quale ci sarà consentito di costruire questa fiducia e pertanto di renderci conto che il salto di qualità umana necessario per uscire dal pozzo non è un’utopia ma una prospettiva assolutamente verosimile. Lo è, se vogliamo che lo sia. Fare nostra questa convinzione è il presupposto e il punto di partenza per adottare d’ora in avanti una linea d’azione costruttiva.
Uno degli effetti benefici più cospicui derivanti dalla rivoluzione umana è da vedere nel fatto che per la prima volta verrà spianata dinnanzi a noi la strada della pace. [...]

Una visione illuminata
Qual è il destino che ci attende? È un interrogativo che ci assilla da tempo immemorabile, che si situa al di sopra della nostra comprensione e che, con ogni probabilità, non avrà mai una risposta definitiva ed esauriente. Ciò non toglie che la rivoluzione umana, nei termini da me descritti, sia un imperativo imprescindibile. Essa soltanto ci potrà elargire un punto di osservazione più elevato dal quale spingere il nostro sguardo in avanti; essa soltanto avrà modo di illuminarci, svelandoci ciò che il futuro tiene forse in serbo per l’umanità; essa soltanto, infine, potrà farci comprendere che, a conclusione di un processo che ha visto crescere in misura stupefacente la specie umana in termini numerici, di potere e di sapere, colmando tutti gli spazi della sua dimora terrestre ed esercitando il suo totale dominio sulla stessa, per la prima volta dobbiamo sobbarcarci responsabilità a lungo termine e lottare per lasciare in retaggio alle generazioni future un pianeta che offra più consolanti condizioni di vita e sul quale operi una società più governabile.
Solamente la rivoluzione umana ci permetterà di comprendere che, per raggiungere questo traguardo vitale, dobbiamo migliorare la nostra qualità interiore e acquisire piena armonia spirituale e culturale. In virtù di questa rivoluzione, la fine del nostro secolo e del presente millennio potrà diventare la porta che darà accesso a uno dei periodi più floridi e felici della storia umana. [...]

Prepararci al futuro
Un fatto è indiscutibile: uno degli obiettivi della rivoluzione da me auspicata consiste nel preparare più validamente le persone ad affrontare gli aspetti oltremodo complessi del mondo contemporaneo, e parimenti tutto ciò che in esso vi è di artificioso, le nuove interrelazioni di ogni cosa con tutto il resto e le sfide per noi affatto insolite che la nuova realtà mondiale impone al genere umano. [...]
Solamente la rivoluzione umana può svelare appieno il nostro potenziale interiore, farci sentire fino in fondo chi e che cosa siamo noi in realtà e indurci a mutare conseguentemente la linea globale del nostro comportamento. Solamente la rivoluzione umana può insegnarci a usare opportunamente computer e satelliti, motori e dispositivi di ogni specie. Solo a essa spetta il compito di spiegarci come occorra utilizzare i reattori nucleari e i mille congegni elettronici a nostra disposizione per meglio comunicare con i nostri simili ed entrare in contatto con l’universo nel quale siamo immersi. Ma soprattutto giova asserire come soltanto questa rivoluzione sia in grado di farci comprendere l’importanza di sopravvivere, sia per fruire di una vita altamente meritevole di essere vissuta come tale, sia per fare della nostra esistenza lo strumento idoneo a preparare con vivo senso di umana responsabilità una linea e un costume di vita appropriati alle necessità delle generazioni che ci seguiranno."

Aurelio Peccei

Brani tratti dal libro "Campanello d’allarme per il XXI secolo", scritto insieme a Daisaku Ikeda

Aurelio Peccei, scomparso nel 1984, è stato un economista di fama mondiale. Ex partigiano, dopo la seconda guerra mondiale è stato dirigente della Fiat e presidente dell’Olivetti. Particolarmente attivo nel WWF e in altre importanti organizzazioni ambientaliste, ha fondato nel 1968 il Club di Roma, costituito da scienziati, economisti, manager e politici animati dallo scopo di trovare risposte sul futuro del nostro pianeta. Nel 1972 il gruppo ha pubblicato il famoso rapporto "I limiti dello sviluppo", in cui per la prima volta si lanciava l’allarme sulla insostenibilità del sistema economico e tecnologico.

mercoledì 7 aprile 2010

Transition town senza petrolio

Il movimento, di origine britannica, prende piede nel nostro Paese. Monteveglio (Bologna), è la prima realtà riconosciuta dalla rete internazionale. Gruppi di acquisto energetico, cibi a chilometro zero, orti sinergici e monete locali.

Chiudete gli occhi e immaginate un mondo senza petrolio, dove l'energia è pulita, gli orti producono tutta la verdura di cui si ha bisogno e i supermercati vendono solo cibi a chilometri zero. Poi riapriteli e guardate meglio: un mondo del genere esiste già, è ancora piccolo e imperfetto, ma sta muovendo i primi passi.

Monteveglio, cinquemila anime in provincia di Bologna, è la prima città italiana in transizione. I suoi abitanti si stanno facendo contagiare da un gruppo che ha aderito a "Transition town", movimento nato in Irlanda nel 2005 e definito dal Guardian "un esperimento sociale su vasta scala". Oggi in Europa, Giappone, Usa, Canada, Australia, Sud Africa e Nuova Zelanda vivono persone che perseguono lo stesso obiettivo: convertire i centri abitati a un'esistenza ecologica che possa fare a meno del petrolio e dei suoi derivati. Tengono il conto dei barili di greggio estratti, sono certi che la decrescita economica ed energetica sia inevitabile, ma la vedono come un'opportunità. Non alzano la voce e non organizzano azioni dimostrative.

A Monteveglio si praticano quei piccoli accorgimenti che possono migliorare la qualità della vita rispettando l'ambiente: orti in condivisione tra chi ha la terra e chi solo un terrazzo, patate in sacchi di juta per chi non ha spazio, giardini archeologici per specie ormai dimenticate. Chi non ha tempo o voglia di zappare sceglie l'agricoltura sinergica, suda all'inizio e poi guarda crescere, quasi da solo, il suo "orto pigro".

Sono decine le famiglie che aspirando all'autosufficienza alimentare riescono ad evitare i supermercati almeno per frutta e verdura. Altre si uniscono in gruppi di acquisto energetico e installano pannelli solari o impianti fotovoltaici. La vecchia tazza sbeccata, invece di essere buttata, viene affidata al mercatino del riuso che mette in contatto chi cerca e chi offre. L'euro esiste ancora, ma non sarà il solo denaro a circolare: presto potrebbe arrivare anche una moneta locale.

Cristiano Bottone, rappresentante del movimento, spiega che il contagio ecologista, partendo dal basso ha finito con il bussare in municipio: "Gli amministratori stanno lavorando a un piano di riorganizzazione energetica dell'intero paese. Stanno raccogliendo dati per capire quali sono i giorni, le ore e le strade in cui la dispersione è maggiore. Partiranno da lì per ridurre i consumi". Tra i contagiati una fattoria biologica: "Il proprietario sta pensando di trasformarla in una realtà libera dai combustibili fossili". Lentamente, passo dopo passo, in paese si sta diffondendo l'idea che si può vivere in un mondo più pulito. Basta darsi da fare.

A Monteveglio si sono innamorati di una filosofia nata a Kinsale in Irlanda dove insegnava Rob Hopkins, docente universitario e fondatore del movimento. Da qui l'idea di zone franche, sempre più oil free, è migrata gettando i semi al di là dell'Oceano.

A Totnes, cittadina inglese nota negli anni '60 come meta hippy, abitano ancora oggi diverse comunità alternative che, insieme a cittadini più tradizionalisti ma comunque ecologisti, cercano di vivere senza combustibili fossili. Hanno cominciato con l'installare su ogni tetto dei pannelli solari e sono arrivati a introdurre una moneta, la Totnes Pound, che serve per acquistare prodotti rigorosamente locali.

Molti dei transition townies - così si chiamano gli aderenti al movimento - sono iscritti ai Gas, gruppi di acquisto solidale, alle Banche del tempo e ad altre iniziative che considerano in sintonia con il proprio modo di vivere il presente e progettare il futuro. Tra di loro anche Jacopo Fo che, nella sua libera università di Alcatraz, ha ospitato uno dei primi incontri di transizione. D'altronde il padre Nobel si era già immaginato nel libro "L'apocalisse rimandata - ovvero benvenuta catastrofe" una società orfana del petrolio. Lo scambio d'informazioni - sono attivissimi su Internet con un sito wiki, cioè collaborativo - è infatti il primo passo per cambiare le comunità in cui si vive.

Per ora l'unica realtà italiana riconosciuta dalla rete internazionale è Monteveglio, ma gruppi guida sono nati a Granarolo, L'Aquila, Lucca e Carimate in provincia di Como. Altri si stanno organizzando in decine di comuni italiani tra cui Ferrara, Firenze, Mantova, Perugia, Reggio Emilia, Bologna, Bari e anche Palermo, Torino e Roma perché la "Transition town" non è una filosofia adatta solo a piccoli centri. Un esempio? Il quartiere di Brixton a Londra e l'intera città di Bristol.

www.transitionitalia.wordpress.com/

mercoledì 4 novembre 2009

I limiti della crescita

In questo scenario la società procede quanto più a lungo possibile in modo tradizionale. La produzione di alimenti, beni industriali e servizi sociali progredisce in risposta a bisogni ovvi ed è soggetta alla disponibilità di capitale. Non vi è alcuno sforzo straordinario, oltre quello dettato dall'immediata ragione econimica, per abbattere l'inquinamento, preservare le risorse, o salvaguardare la terra. La popolazione viene condotta verso un'economia industriale all'insegna della prosperità, mano a mano che il settore dei servizi cresce, l'assistenza sanitaria si estende; mano a mano che cresce il settore agricolo, l'apporto dei fattori produttivi in agricoltura aumenta e vengono ottenute rese più elevate; mano a mano che cresce il settore industriale, vengono emessi più inquinanti e richieste più risorse non rinnovabili. Coprendo la metà destra del grafico rendendo visibili le curve solo fino al 2000, il mondo sembra più che prospero. La speranza di vita aumenta, i servizi e i beni pro capite crescono, la produzione alimentare e quella industriale salgono. Il benessere medio dell'umanità progredisce continuamente. In verità qualche nube compare all'orizzonte: l'inquinamento aumenta, l'impronta ecologica umana si espande, il livello degli alimenti pro capite è stagnante. Ma nel complesso il sistema cresce ancora, e vi sono pochi segni dei cambiamenti che sono alle porte.

Poi, all'improvviso, nei primi decenni del XXI secolo, l'economia smette di crescere e inverte bruscamente il suo corso. Questa discontinuità è provocata sopratutto dal rapido incremento dei costi delle risorse non rinnovabili (luglio 2008 petrolio a 150$??). Tale incremento si ripercuote sugli altri settori dell'economia, nella forma di una crescente scarsità di fondi per investimenti.
Stralci da "I nuovi limiti dello sviluppo".

Quello che segue nel grafico si capisce perfettamente, ovvero si arriva al collasso.

Non è più possibile (non lo è mai stato) perseguire ostinatamente una continua crescita in un sistema chiuso con dei limiti fisici quale è la Terra!

sabato 26 settembre 2009

La lunga discesa: declino e futuro deindustriale

Da più di tre decenni ormai il mondo è stato avvisato del fatto che il lungo pomeriggio della società industriale si avvia al termine. L'epocale rapporto del Club di Roma, I limiti dello sviluppo (1973), che fu il primo di molti studi assai convincenti, mise in guardia sul fatto che una crescita economica incontrollata sarebbe entrata in conflitto con i limiti fisici del pianeta in qualche momento durante la prima parte del ventunesimo secolo, se non si fossero adottati dei provvedimenti costosi e politicamente impopolari. Ovviamente, questi provvedimenti non vennero adottati per nulla. La mancanza di visione strategica e di volontà politica da parte sia dei leader che degli elettori fece buttar via i decenni che avrebbero potuto fare la differenza. Oggi viviamo all'ombra di quel fallimento.Tuttavia una strana cecità sembra influenzare i tentativi di comprendere la nostra situazione attuale. Le persone che intervengono sui due lati del dibattito parlano come se il futuro avesse solo due possibili forme: progresso o apocalisse, il mantenimento dello status quo oppure un catastrofico scivolamento verso una condizione selvaggia caratterizzata da morte su larga scala. Che l'argomento sia il riscaldamento globale, l'energia rinnovabile, l'esaurimento dei combustibili fossili o qualunque altra cosa, le stesse asserzioni vengono ripetute come un disco rotto. Una parte insiste che la tecnologia risolverà inevitabilmente i nostri problemi e porterà una vita migliore per tutti, mentre la parte opposta brandisce gli scenari peggiori, e parla di milioni di cadaveri. Dovrebbe essere ovvio che queste non sono le uniche possibilità. Il fatto che questo non sia affatto ovvio merita di essere discusso.La maggior parte delle persone resterebbe stupita se due meteorologi, discutendo del tempo del giorno seguente in una piovosa giornata autunnale, ignorassero tutte le possibilità eccetto tempo sereno o una improvvisa tempesta di neve. Eppure lo stesso tipo di illogicità non viene contestata nei dibattiti sul nostro futuro. Dunque è cruciale mettere da parte i nostri preconcetti e guardare a ciò che accade in pratica quando le civiltà si scontrano con i limiti posti dalla loro disponibilità di risorse. Questo è accaduto molte volte nel passato, eppure i salti tecnologici e i collassi improvvisi sono rari. È molto più comune un processo a cui oggiggiorno nessuno pensa: il declino.

Paralleli storici
Oggi non è molto di moda sostenere che abbiamo qualcosa da imparare dal passato. Probabilmente questo accade perché la storia rispecchia in maniera fedele le nostre follie. Coloro che ricordano la bolla azionaria del 1929, per esempio, sono in grado di vedere la ripetizione di ogni dettaglio nella frenesia relativa ai titoli tecnologici della fine degli anni '90. Le stesse affermazioni che una "new economy" e una nuova tecnologia avevano reso obsoleti i cicli economici, la stessa proliferazione di veicoli di investimento (le società finanziarie allora, i fondi comuni di investimento oggi), la stessa illusoria fiducia che i valori delle azioni sarebbero cresciuti per sempre e che i fondamentali non avessero importanza: un avanzamento veloce di settant'anni, ed ecco le follie del 1929 ripetute nel 1999, sotto gli incitamenti degli economisti, ovvero di coloro che avrebbero dovuto saperla più lunga degli altri.L'ascesa e la caduta delle civiltà offre lo stesso motivo di imbarazzo su scala più ampia. Sappiamo senza ombra di dubbio cosa accade alle società che oltrepassano la propria base di risorse: affondano. Il libro di Clive Poynting A Green History of the World (1992) documenta dozzine di culture del passato che finirono nel bacino di demolizione della storia proprio per questa ragione. Un esempio molto rilevante è quello dell'antico impero Maya, che fiorì nella penisola dello Yucatan in America Centrale mentre l'Europa si dibatteva nel Medio Evo.Come la moderna società industriale, i Maya costruirono la loro civiltà su una base di risorse non rinnovabili. Nel loro caso si trattava della fertilità dei fragili suoli tropicali, che non erano in grado di sopportare indefinitamente la coltivazione intensiva del mais. Su queste fragili fondamenta essi costruirono una civiltà straordinaria, con belle arti, architettura, astronomia, matematica, e un calendario più accurato di quello che adoperiamo oggi. Niente di tutto ciò ebbe importanza quando i raccolti iniziarono a diminuire. La civiltà Maya si disintegrò, le città furono abbandonate a favore della giungla, e la popolazione del territorio dei Maya diminuì del 90%.Il parallelo è molto calzante, perché i Maya avevano altre opzioni. Avrebbero potuto passare dal mais a coltivazioni più sostenibili, come le noci ramon, o avrebbero potuto apprendere metodi per la coltivazione intensiva delle zone umide dai loro vicini del nord. Niente di ciò si verificò, perché la coltivazione del mais era centrale nell'ideologia politica dei Maya. Il potere degli ahaoub, o "signori divini", che governavano le città Maya, dipendeva dal controllo delle coltivazioni di mais, per cui cambiare colture o metodi di coltivazione era impensabile. Invece, le elite Maya risposero alla crisi promuovendo guerre per sottrarre campi e mais ad altre città-stato, rendendo il loro declino e la loro caduta molto più brutali di quanto avrebbero potuto essere.Anche così, il declino dei Maya non fu un processo rapido. Le città dei Maya non furono abbandonate da un giorno all'altro, come pensarono erroneamente gli archeologi di due generazioni fa, ma soccombettero con un "collasso oscillante" che si protrasse per un secolo e mezzo, dal 750 al 900. Nelle regioni periferiche il processo fu anche più lento. Chichen Itza, nell'estremo nord, fu per lungo tempo fiorente anche dopo che città come Tikal e Bonampak furono ridotte in rovina, e piccole città-stato Maya sopravvisseto qua e là nello Yucatan fino alla conquista spagnola.La scala temporale del processo può essere meglio compresa confrontando il collasso dei Maya alla durata della vita umana. Una donna Maya nata intorno al 730 avrebbe visto l'inizio della crisi, ma gli ahauob e le loro città sarebbero stati ancora fiorenti alla sua morte, settanta anni dopo. Il suo pronipote, nato intorno all'800, sarebbe cresciuto in seno ad una società in via di disintegrazione, e le guerre e le perdite di raccolti dei suoi tempi gli sarebbero parsi cose di ordinaria amministrazione. La sua pronipote, nata intorno all'870, non avrebbe conosciuto altro che rovine lentamente sprofondanti nella giungla. Quando lei e la sua famiglia infine partirono verso un lontano villaggio, ultimi a lasciare la loro città ormai vuota, non le sarebbe certo passato per la testa che i suoi passi silenziosi su un sentiero polveroso segnavano la fine di una civiltà.

La teoria di Olduvai
Il medesimo schema si ripete più e più volte nella storia. La civiltà finisce attraverso una disintegrazione graduale, e non un improvviso e catastrofico collasso. Solitamente occorrono tra 150 e 350 anni perché una civiltà declini e muoia. Questo getta una luce allarmante sulla crisi odierna. Agli Stati Uniti sono occorsi due secoli di cambiamenti graduali per passare dall'essere una civiltà agricola alla sua attuale condizione di senescente colosso industriale. Adesso, giunti al limite della propria disponibilità di risorse, si confrontano con il destino comune di tutte le civiltà. E tuttavia, se questo destino seguirà la sua usuale tempistica, potrebbero occorrere due secoli di cambiamenti graduali per trasformare nuovamente gli Stati Uniti in una società agricola.Per quanto possa apparire sorprendente, ciò è convalidato da solide evidenze. Consideriamo le nostre decrescenti riserve di petrolio. La curva di Hubbert, inventata dal geologo M. King Hubbert negli anni '50, descrive la produzione in funzione del tempo di qualunque risorsa petrolifera, dal singolo pozzo all'intero pianeta. È una curva a campana: il petrolio arriva lentamente all'inizio, poi la produzione cresce fino a un picco, e poi decresce gradualmente fino a zero. Il picco si verifica quando circa la metà del petrolio è stata consumata. Gli Stati Uniti (esclusi Hawaii e Alaska) hanno raggiunto il picco nel 1970, e la produzione è crollata successivamente. Molti ricercatori nel settore energetico situano il picco mondiale prima del 2010. Dopo il picco, secondo la curva di Hubbert, la produzione mondiale di petrolio decrescerà circa allo stesso ritmo con cui è cresciuta. Con un picco prima del 2010, la produzione nel 2030 sarà più o meno uguale a quella che si aveva nel 1975 o nel 1980, cioè circa 20 miliardi di barili all'anno. Il petrolio prodotto nel 2030 dovrà soddisfare i bisogni di una popolazione mondiale doppia, in un mondo in crisi, ma 20 miliardi di barili sono comunque molti.Citando impropriamente T. S. Eliot, questo è il modo in cui il petrolio finisce, non con un botto ma con un gocciolio. Gli altri combustibili fossili hanno lo stesso destino, così come l'uranio utilizzato per la produzione di energia nucleare, ma potranno comunque attutire l'impatto del declino della produzione petrolifera prima di raggiungere i rispettivi picchi di Hubbert. Le fonti rinnovabili di energia sono in grado di fornire solo una piccola frazione dell'energia che oggi estraiamo dai combustibili fossili, ma questa frazione potrà anch'essa attenuare gli effetti del declino e prolungare la durata delle decrescenti riserve di petrolio e carbone. Il problema che abbiamo davanti non è quello di non avere più energia, ma quello di averne ogni anno sempre meno, fino a quando non si cadrà a livelli che potranno essere sostenuti indefinitamente.La logica della curva di Hubbert fornisce la cornice per la teoria di Olduvai formulata da Richard Duncan, uno sguardo senza compromessi ad un futuro deindustrializzato. Duncan parte dalla legge di White, una regola generalmente accettata secondo cui una cultura evolve fintantoché il consumo di energia pro capite cresce. Globalmente, il consumo di energia pro capite rimase a livelli modesti fino al 1800, quando l'uso dei combustibili fossili lo mandò alle stelle fino al picco di tutti i tempi, nel 1979. A quel punto, sostiene Duncan, due secoli di progresso esplosivo inziarono a disfarsi.A partire dal 1979 il consumo mondiale pro capite di energia ha iniziato a declinare, poiché l'aumento della popolazione ha superato la modesta crescita della produzione di energia. Quando la produzione di energia inizierà a decrescere successivamente al picco di Hubbert, il declino accelererà. Seguendo la curva, nel 2030 il consumo mondiale pro capite di energia sarà quello che era nel 1930, circa un terzo del valore del 1979. Duncan sostiene che l'era industriale è un'onda impulsata, una singola irripetibile curva a campana centrata sul 1979. Poiché nessuna fonte rinnovabile di energia può fornire altro che una piccola frazione delle immense quantità di energia fossile che abbiamo sperperato nel passato recente, egli predice che i millenni di culture a bassa tecnologia prima dell'impulso industriale, quando ancora nessuno conosceva il fantastico tesoro di energia racchiuso nei combustibili fossili, saranno bilanciati da millenni di culture a bassa tecnologia dopo l'impulso industriale, quando il tesoro sarà perduto per sempre.

Potenza del mito
Molte persone trovano questo tipo di previsioni estremamente irritanti. Coloro che credono nel progresso insistono che l'ingegno umano sarà in grado di mettere in moto il progresso ancora una volta e ci porterà ad una società più avanzata di quella odierna. Coloro che credono nell'apocalisse insistono sul fatto che il declino incrementale porterà in qualche modo alla catastrofe e ci condurrà a decessi di massa e a un futuro da Guerriero della Strada. L'idea di una lenta discesa verso le civiltà agricole del futuro deindustriale li offende entrambi. La mia esperienza è che molti credenti nell'una o nell'altra opzione semplicemente non riescono a concepire una terza alternativa.Una cecità di questo tipo è il segnale della presenza nascosta del mito. Oggi molti credono che solo i popoli primitivi credano nei miti, ma in realtà i miti dominano il pensiero di ogni società, inclusa la nostra. Un mito è una storia che dà un senso al mondo. La maggior parte delle culture arcaiche prendevano i propri miti dalla religione; la maggior parte delle società moderne prendono i propri dalla scienza o dalle ideologie politiche. Due visioni, in competizione tra loro, forniscono alla società moderna i suoi miti più popolari. Entrambe sono ben note a tutti voi. La prima è il mito del progresso. Secondo questa visione, l'intera storia dell'uomo è una storia di progresso. Da uno stato selvaggio e primitivo di ignoranza, secondo il mito del progresso, l'uomo ha salito, uno scalino dopo l'altro, la scala della civilizzazione. La conoscenza acquisita dalle successive generazioni ha consentito ad ogni cultura di spingersi più avanti di quelle precedenti. Con la modernità, il progresso ha subito una rapida accelerazione, che continua ancora oggi. Lo scopo dell'esistenza umana è di rendere possibile questa continua ascesa, in modo che i nostri discendenti possano un giorno raggiungere le stelle.La seconda è il mito della separazione. Secondo questa visione, l'intera storia umana è un tragico vicolo cieco. Un tempo gli uomini vivevano in armonia col proprio mondo, con gli altri e con se stessi, ma quel tempo è finito e da allora le cose non hanno fatto che peggiorare. Enormi città governate da burocrazie ipertrofiche, abitate da persone che hanno abbandonato i valori spirituali in favore di un'esistenza puramente materialistica, segnano il punto di non ritorno. In qualche momento del prossimo futuro l'intera traballante struttura crollerà, schiacciata da un'improvvisa crisi, e innumerevoli persone moriranno. Solo coloro che abbandonano una società corrotta, il cui destino è segnato, sopravviveranno e ricostruiranno un mondo migliore. Entrambe le visioni sono versioni dell'antichissimo mito dell'apocalisse, che prevede vasti disastri seguiti da un millennio di felicità per gli eletti. Il sociologo Philip Lamy ha mostrato nel suo libro Millennial Rage che la maggior parte delle persone, inclusi moltissimi cristiani, credono oggi in versioni "frammentate" del mito dell'apocalisse che sono focalizzate su un solo tema estratto dalla complessità del mito più antico. I miti del progresso e della separazione sono dei buoni esempi: il primo mette l'enfasi sulla speranza di un futuro di felicità, il secondo sul timore di una catastrofe.La natura mitica di questi punti di vista emerge chiaramente quando li si vada a confrontare con gli eventi storici. Coloro che credono nel progresso sostengono che la storia dell'uomo è stata sempre progressiva, ma un semplice sguardo al passato è sufficiente per mettere in crisi questa rassicurante fede. Nel periodo compreso tra la rivoluzione agricola e l'età industriale la vita dell'uomo è cambiata poco; tutto considerato, la vita di un contadino nell'Egitto dei faraoni non era molto diversa da quella di un contadino nella Francia del diciassettesimo secolo (incluso il fatto che entrambi avevano un Re Sole). L'industrializzazione ha prodotto un cambiamento semplicemente attingendo all'energia immagazzinata nelle viscere della terra e dando così il via a due secoli di crescita esuberante.Tutto ciò che occorre a una società industriale, eccetto la maniera di convertire l'energia fossile in energia meccanica, esisteva molto prima della rivoluzione industriale. Le fonti rinnovabili di energia? L'energia eolica, l'energia idraulica e le biomasse erano tutte adoperate in maniera diffusa nel passato preindustriale. La conoscenza scientifica? Le leggi della meccanica furono ricavate in tempi antichi, e gli scienziati greci arrivarono persino ad inventare la turbina a vapore prima della nascita di Cristo. Ma senza combustibili fossili si trattava di una curiosità senza valore pratico. L'ingegnosità umana? Gli uomini delle ere passate erano altrettanto ingegnosi e pieni di risorse quanto lo siamo noi. I combustibili fossili sono ciò che fa l'unica, cruciale differenza tra le culture antiche e la moderna società industriale. Man mano che i combustibili fossili si esauriranno e le conseguenze ecologiche del loro abuso ricadranno sui responsabili, questa differenza sparirà. Per quanto concerne coloro che semplicemente insistono che "non possiamo tornare indietro", è facile a dirsi, ma il fatto è che non abbiamo più le risorse per andare avanti, e presto non saremo neanche in grado di restare al punto in cui ci troviamo. Qual è l'altra direzione possibile?Coloro che credono nell'apocalisse, da parte loro, insistono sul fatto che la fine della nostra civiltà sarà improvvisa, catastrofica, e totale. Come mostrato più sopra, la storia non fornisce evidenze per questa affermazione. Il collasso di una civiltà richiede tempo, la disponibilità di risorse della società industriale si sta riducendo ma è lontana dall'essere esaurita, l'impatto del riscaldamento globale e di altri sconvolgimenti ecologici cresce lentamente nel tempo, e sia le elite al potere che i comuni cittadini hanno tutto l'interesse per mantenere l'ordinario andamento delle cose più a lungo possibile. La storia dell'ultimo secolo mostra che le società industriali possono sopportare terribili sconvolgimenti senza per questo dissolversi in una guerra Hobbesiana di tutti contro tutti, e nei momenti difficili le persone sono molto più propense a seguire gli ordini e sperare per il meglio che a unirsi alle folle inferocite che rivestono un ruolo importante nelle fantasie catastrofiste. La triste storia della non-crisi del millennium bug di qualche anno fa può essere utile per rammentare che i rischi di catastrofe possono essere facilmente sopravvalutati.Ovviamente è possibile che una qualche ultra-catastrofe sia dietro l'angolo per sterminarci, così come è possibile che gli scienziati tirino fuori dal cappello un coniglio tecnologico e diano alla società industriale nuove prospettiva di vita. È anche possibile che alieni provenienti dallo spazio sfreccino nella nostra atmosfera a bordo di tazze da tè volanti martedì prossimo, lasciando cadere verdure radioattive su tutti coloro che si chiamano Fred. Il fatto che quest'ultima posibilità non possa essere esclusa non rende per questo ragionevole pianificare il nostro futuro basandosi sulla possibilità di far funzionare le fabbriche usando come fonte di energia cavoli che risplendono al buio!È ragionevole considerare la catastrofe e il progresso continuo come possibilità, ma entrambe devono essere pesate contro la realtà della nostra attuale situazione e contro l'evidenza storica. Entrambe richiedono un deus ex machina che modifichi il corso degli eventi su una scala gigantesca: le catastrofi ordinarie non sono sufficienti per far collassare la società industriale da un giorno all'altro, così come il normale progresso tecnologico non è sufficiente per tirare la società industriale fuori dal pasticcio in cui si è cacciata da sola. Senza un evento straordinario, la nostra civiltà è diretta in giù, lungo il sentiero ben tracciato del declino. Ammesso che abbia un senso pensare di fare piani per il futuro, la cosa più ragionevole è farli per quello più probabile.Sia il mito del progresso che quello della separazione hanno un potente richiamo emotivo; questo è il motivo per cui sono così popolari. Il mito del progresso perpetuo è di conforto per coloro che accettano la società quale è, e che desiderano credere che le loro vite siano parte di un processo che porterà in futuro a una situazione migliore. Il mito. Il mito dell'imminente apocalisse è di conforto per coloro che non accettano la società quale è, e vogliono credere in una catastrofe che faccia crollare le torri presuntuose di una civiltà che aborriscono. E tuttavia, il fatto che una credenza sia potente a livello emotivo e porti conforto non la rende per questo vera.

La rotta del declino
Guardare oltre la mitologia verso la dura realtà del futuro fornisce una chiara sensazione della nostra condizione. Più di sei miliardi di persone vivono su pianetà che può sostenerne per un tempo indefinito non più di un miliardo. Già oggi non possiamo soddisfare i bisogni di tutti, e le risorse necessarie per mantenere gli standard di vita odierni si stanno esaurendo. Le guerre per le risorse sono già iniziate - l'invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti avvenuta nel 2003 potrebbe essere ricordata un giorno come la prima delle Guerre per il Petrolio. Nel frattempo il riscaldamento globale aumenta i costi dei disastri naturali così rapidamente che una delle maggiori compagnie di riassicurazione, la Swiss RE, avverte che ciò di per sé porterà l'economia mondiale alla bancarotta prima del 2060.Lasciando da parte il deus ex machina delle mitologie del progresso e dell'apocalisse, riportiamo i risultati sulla scala temporale della vita umana, ed ecco che emerge un probabile futuro. Immaginiamo una donna statunitense nata nel 1960. Ella vede le code per la benzina negli anni '70, i trucchi politici di corto respiro che mascherarono la crisi negli anni '80 e '90, e i rinnovati problemi dei decenni seguenti. Prezzi dell'energia in rapida crescita, penuria, depressioni economiche e guerre per le risorse danno forma al resto della sua vita. A 70 anni, ella vive in una città assediata e malfunzionante in cui metà della popolazione non ha accesso in maniera affidabile ad acqua potabile, elettricità e cure mediche. Baraccopoli cresciute all'ombra dei grattacieli, mentre i leader economici e politici continuano ad insistere sul fatto che le cose stanno migliorando.Il suo pronipote, nato nel 2030, riesce a sopravvivere al cocktail di malattie, violenza diffusa e abuso epidemico di alcol e droga che si porta via metà della sua generazione prima dell'età di trent'anni. Un colpo di fortuna lo porta ad intraprendere una carriera tecnica, al riparo dal servizio militare in guerre infinite all'estero o "missioni di pace" contro gruppi separatisti in patria. La sua conoscenza tecnica consiste per lo più in regole empiriche per riciclare materiali dai rifiuti in maniera efficiente, le auto e i frigoriferi sono beni di lusso che non possiederà mai, la sua casa non ha elettricità e riscaldamento centralizzato, e la sua assistenza sanitaria proviene da una vecchia la cui nonna era un medico, e che sa qualcosa sulla cura delle ferite e sulle erbe. All'epoca in cui i suoi capelli ingrigiscono le regioni in perenne conflitto che costituivano un tempo gli Stati Uniti si sono divise, tutti i carburanti e la potenza elettrica residui sono stati requisiti dai nuovi governi, e le città costiere sono state abbandonate a causa dell'aumento del livello degli oceani.Per la sua pronipote, nata nel 2100, le grandi crisi sono perlopiù una cosa del passato. Cresce in un anello di villaggi scarsamente popolati che circonda un nucleo abbandonato di grattacieli rugginosi visitati solo da squadre di recupero che ne estraggono materie prime. Guerre locali scoppiano qua e là, gli oceani continuano a salire di livello, e carestie ed epidemie sono una realtà ben nota, ma con una popolazione mondiale che è forse il 15% di quella che era nel 2000, l'uomo e la natura stanno raggiungendo un equilibrio. Impara a leggere e scrivere, una capacità che la maggior parte dei suoi vicini non ha, e alcuni vecchi libri sono tra le sue cose più preziose, ma i giorni in cui l'uomo camminò sulla luna stanno scivolando nella leggenda. Quando lei e la sua famiglia infine si mettono in cammino verso un villaggio della campagna, lasciando il guscio della vecchia città alle squadre di recupero, non le passa per la testa che i suoi passi silenziosi su una strada di asfalto dissestato segna la fine di una civiltà.

Cosa si può fare
Gli uomini cercano di discernere come sarà il futuro per lo stesso motivo per cui chi guida guarda la strada davanti a sé: è più facile affrontare le crisi e sfruttare le opportunità se si ha tempo sufficiente per reagire. Fino ad oggi i due miti che abbiamo discusso hanno dominato la pianificazione per il futuro. Chi crede nel progresso sostiene che il modo migliore di affrontare il futuro è destinare risorse a ricerca e sviluppo, in modo che nuove tecnologie per sostenere il progresso siano pronte per tempo. Coloro che credono nell'apocalisse sostengono che il modo migliore per fronteggiare il futuro è costruire enclave isolate, ben provviste di cibo e armi, in cui coloro che intendono sopravvivere al disastro possano rifugiarsi ed attendere.Se abbiamo di fronte un'era di declino, tuttavia, nessuno di questi due approcci ha grande valore. Ricerca e sviluppo potrebbero essere utili se focalizzate su tecnologie semplici e sostenibili, ma occorre che progetti di questo tipo siano intrapresi al più presto: man mano che il declino prenderà il sopravvento, i fondi per la ricerca scientifica saranno una delle prime cose ad essere tagliate. Per quanto riguarda il rinchiudersi in un capanno in montagna, il ritmo lento del declino rende questa tattica del tutto irrilevante. Per quante scatolette e munizioni si possano avere, non dureranno un paio di secoli, e neanche voi.Un futuro diverso richiede un modo di ragionare diverso. I bisogni fondamentali che devono essere soddisfatti in un'epoca di declino sono riduzione del danno, sopravvivenza culturale, e la costruzione di una nuova società in mezzo alle rovine della vecchia. Gli interessi politici ed economici non saranno in grado di soddisfare questi bisogni, o di fare alcunché di utile; il petrolio è per le moderne società industrializzate ciò che il mais era per gli antichi Maya, e gli ahauob di Washington e Wall Street si sono rivolti alla guerra proprio come fecero i loro equivalenti Maya. Per fortuna, tutti e tre i bisogni possono essere soddisfatti da individui e piccoli gruppi con risorse limitate, e progetti di questo tipo sono già in corso su piccola scala.La riduzione del danno pone l'enfasi su modi per far sì che l'impatto del declino non abbia costi maggiori del necessario. La grande sfida è che la maggior parte delle persone nel mondo sviluppato non hanno la capacità di sopravvivere al di fuori del bozzolo costituito dalla società industriale. Quando la tecnologia inizierà a disfarsi, le infrastrutture collasseranno e disastri locali colpiranno, la gente dovrà provvedere da sola a procurarsi il necessario per sopravvivere, usando materiali disponibili in loco, eppure oggi la maggior parte delle persone non è neanche in grado di accendere un fuoco per scaldarsi senza fiammiferi o un accendino. Per affrontare questa sfida le persone dovranno apprendere tecniche di sopravvivenza, primo soccorso e di autosufficienza. Questo può essere affrontato creando gruppi che vadano a formare reti di sostegno reciproco, elaborando specializzazioni sovrapposte, in modo che le persone possano attingere a un insieme di capacità più ampio.La tentazione di fare affidamento su riserve di cibo, tecnologia, armi o metalli preziosi per affrontare l'impatto con un'era di declino è naturale, ma fatale. Per due secoli le macchine e i loro prodotti sono stati più economici del lavoro umano specializzato. I risultati sono un'abitudine a dare più valore alle cose che alle capacità e, in definitiva, una "società delle protesi" nella quale ci viene insegnato a trascurare le capacità e a pagare per ottenere sostituti tecnologici: usiamo agende invece di mantenere allenate le nostre memorie, compriamo macchine per fare il pane invece di imparare a prepararlo noi stessi, guardiamo la televisione invece di adoperare la nostra immaginazione. Questo deve essere rapidamente disimparato. Nei tempi duri, se possiedi una riserva di qualcosa, costituisci un bersaglio immobile per altre persone interessate a separarti dalla tua riserva e ad usufruirne per sé - ma se hai delle capacità che puoi condividere ed insegnare, allora tutti sono tuoi amici.Gli stessi principi governano le strategie per soddisfare gli altri due bisogni. La sopravvivenza culturale si concentra sull'aggrapparsi all'eredità degli ultimi millenni. Si tratta di un compito difficile, perché quasi ogni parte di essa è brutalmente vulnerabile a un'epoca di declino. Quasi tutti i libri prodotti nell'ultimo secolo e mezzo sono stampati su carta ad elevata acidità, che gradualmente si disfa tornando segatura; i bibliotecari stanno già oggi lottando per preservare collezioni di libri del diciannovesimo secolo in via di disintegrazione. I CD e i DVD, come gli altri supporti elettronici, hanno una durata molto più breve, e non sarebbero comunque leggibili in un futuro a bassa tecnologia. In ogni caso, quando le persone lottano per la sopravvivenza, la letteratura, la musica, l'arte e le scienze non sono solitamente nella loro lista di priorità.Qualunque sforzo per la sopravvivenza culturale, in altre parole, implicherà una selezione spietata. Le biblioteche, oggi in continua espansione, richiederanno una accurata vagliatura per estrarne collezioni abbastanza piccole da poter essere copiate a mano, se necessario. Forme musicali che possano essere tramandate sotto forma di tradizioni vive hanno maggiori possibilità di farcela, il che vuol dire che la musica folk ha maggiori probabilità della nona sinfonia di Beethoven. Una immensa quantità di informazione verrà inevitabilmente persa: il lavoro da compiere è assicurarsi che una selezione migliore possibile ce la faccia ad essere tramandata.Una cosa che è stata talvolta suggerita dagli scienziati, ovvero un libro che raccolga tutto ciò che la scienza ha scoperto finora, risulta essere più problematica. La storia mostra che i trattati scientifici di un'epoca diventano i dogmi fossilizzati della seguente, e le persone che vivranno un una società deindustrializzata, avendo un libro con tutte le risposte, potrebbero molto facilmente finire per pensare che il modo per rispondere a qualunque domanda sia cercarne la risposta in un vecchio libro. Questo porterebbe alla stagnazione. Molto meglio sarebbe avere un libro di testo sul metodo scientifico, trattati su alcune scienze utili come l'ecologia e la meccanica, e sufficienti indizi e frammenti per stimolare i pensatori del futuro a iniziare investigazioni per conto proprio.Il lavoro di costruzione di una nuova società, infine, sarà molto più semplice se il processo inizierà da subito. Durante gli ultimi due secoli, la via più rapida per prosperare è stata cavalcare l'onda del progresso, usando più energia, più risorse e più tecnologia dei concorrenti. Per i prossimi due secoli, la vià più rapida per prosperare consisterà probabilmente nel ribaltare questa regola. Coloro che accetteranno la realtà del declino e ce la faranno con meno energia, meno risorse e meno tecnologia dei concorrenti trionferanno. L'ironia sta nel fatto che adesso, prima che l'immensa base di conoscenza della società industriale inizi a disgregarsi, è il momento migliore per cercare modi di vivere che usino meno di ciò che presto non avremo più.L'agricoltura biologica costituisce un eccellente esempio. Nell'ultimo secolo l'agricoltura biologica ha fatto enormi passi avanti, fino al punto che oggi è possibile far crescere una dieta frugale ma adeguata per una persona durante tutto l'anno su meno di 100 metri quadri di suolo, usando solo lavoro manuale e senza alcun apporto di combustibili fossili, e aumentando al contempo la fertilità a lungo termine del suolo. Questi metodi potrebbero risultare il maggior dono della nostra civiltà alle generazioni future, ammesso che riescano a sopravvivere all'era di declino che si avvicina. Oggi sono descritti dettagliatamente in dozzine di libri; se questò sarà vero anche tra cento anni dipende da cosa faremo adesso.

John Michael Greer
6 Dicembre 2004

venerdì 5 giugno 2009

depiliamoci

"Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani."

Discorso di Robert Kennedy, 18 marzo 1968, Università del Kansas

mercoledì 22 aprile 2009

La Lunga Emergenza

Nell'immediato futuro, dovremo affrontare la fine dell'era del combustibile fossile a buon mercato. Non e' un'esagerazione affermare che forniture affidabili di petrolio e gas naturale a basso costo siano alla base di tutto cio' che identifichiamo come i vantaggi della vita moderna. Tutti i beni di prima necessita', i comfort, i lussi e i miracoli del nostro tempo - riscaldamento centralizzato, aria condizionata, automobili, aeroplani, illuminazione elettrica, indumenti poco costosi, musica registrata, cinema, supermercati, elettrodomestici, operazioni di protesi dell'anca, la difesa nazionale, e chi piu' ne ha piu' ne metta - devono la propria origine o la loro esistenza protratta, in un modo o nell'altro, al combustibile fossile a buon mercato. Perfino le centrali nucleari dipendono da ultimo dal petrolio e dal gas a buon mercato per tutte le procedure di costruzione e manutenzione e per l'estrazione e la lavorazione dei combustibili nucleari. Le lusinghe del petrolio e del gas a basso costo erano cosi' seducenti e hanno suscitato tali slanci di entusiasmo che abbiamo smesso di prestare attenzione alla natura essenziale di questi doni miracolosi della Terra, al fatto cioe' che esistano in scorte limitate e non rinnovabili, distribuite in modo ineguale per il mondo. A peggiorare le cose, le meraviglie di un costante progresso tecnologico sotto il regno del petrolio ci hanno attirato con l'inganno in una sorta di sindrome del Grillo Parlante, che ha indotto molti occidentali a credere che tutto cio' che desideriamo con sufficiente intensita' possa avverarsi. Oggigiorno, persino i meglio informati nella nostra cultura desiderano ardentemente credere che nel giro di pochi anni ci attenda una transizione priva di complicazioni dai combustibili fossili ai loro sostituti putativi, l'idrogeno, l'energia solare o quel che sia. Nel migliore dei casi ci vorranno decenni per sviluppare alcune di queste tecnologie, il che significa che dobbiamo aspettarci un intervallo estremamente turbolento, la lunga emergenza, tra la fine del petrolio a buon mercato e cio' che verra' dopo. Uno scenario piu' probabile e' che nuovi combustibili e tecnologie non possano mai sostituire i combustibili fossili nella misura, al tasso e nel modo in cui il mondo li consuma attualmente.

Brano tratto dal libro "Collasso" di James Howard Kunstler

lunedì 20 aprile 2009

BENEDETTA IRREQUIETEZZA

BENEDETTA IRREQUIETEZZA (di Paul Hawken)
Come il più Grande Movimento del Mondo ha Avuto Origine e perché Nessuno lo ha Visto Arrivare. Nella mia visione noi siamo parte di un movimentoche è più grande, più profondo, e più estesodi quanto noi stessi sappiamo, o siamo in grado di sapere. Vola al di sotto e molto al di làdel radar dei media, è non violento,è nato dalla società civile,non ha bombe a grappolo,eserciti od elicotteri,non possiede un'ideologia centralea capo non c'è un vertebrato maschio. Questo Movimento senza nome... è il movimento più variegatoche il mondo abbia mai visto. La stessa parola Movimento secondo meè troppo ristretta per definirlo. Nessuno ha dato inizio a questa visione del mondo,nessuno ne è a capo, non c'è ortodossia,è globale, senza classi, inappagabile ed instancabile. Una Conoscenza Condivisasta sorgendo spontaneamenteda diversi settori economici,culture, regioni, comunità. Sta crescendo e si sta diffondendoin tutto il mondo senza eccezioni.Ha molte radici, ma quelle inizialiprovengono dalle culture indigene,dai movimenti ambientalistie per la giustizia sociale. Questi tre settori e le loro branchesi stanno intrecciando,prendono forma e si estendono. Non è più semplicemente una questionedi risorse, di pressioni od ingiustizie.Questo è fondamentalmente un Movimentoper i Diritti Civili ed Umani,è un Movimento Democratico. Questo è il Mondo che verrà...
Neanche noi abbiamo ideadi quanto grande sia questo movimento. Esso si basa sulle Affinità,la Comunità, la Simbiosi. E' Pachamama, è la Mamma, capite? E' la Terra che risponde, che si sta svegliando.
E' qualcosa di talmente nuovoche non riusciamo a riconoscerlo,perché siamo abituatiagli Eserciti ed ai Governi, alla Guerra, alle Chiese ed alle Religioni, perché non c'è un Presidente per quello che stiamo facendo. Quello che voi state creando è completamente sconosciuto. Questo Movimento è ovunque, senza un centro,non ha un unico portavoce, è in ogni Paese ed in ogni città del Pianeta, è all'interno di ogni tribù, in ogni razza, in ogni culturaed in ogni gruppo etnico al mondo. Questa è la prima voltache sul Pianeta Terrasorge un movimento potente e non ideologizzato. Nel corso del ventesimo secolo, le grandi ideologie sono state venerate al pari delle religioni. Hanno Dominato le nostre convinzioni... Sono le Ideologie che hanno governato: il Capitalismo, il Socialismo, il Comunismo...
Nelle parole di Ed Hunt: le ideologie hanno fermato la Terra, blindandola. Hanno combattuto per avere il Controllo delle nostre menti, del nostro territorio, e ciò non è stato piacevole. Le Ideologie vi hanno raccontato che la salvezza si trovava nell'affermazione di un Solo Modello. Ma noi sappiamo dove si trovala Salvezza, lo sappiamo in quanto biologi e come organizzatori delle comunità, lo sappiamo dall'ecologia. La Salvezza si trova nella Diversità. Questo Movimento è la Risposta Immunitaria dell'Umanità, per resistere e guarire dalla Malattia della Politica, dall'Economia Avvelenata e dal Deterioramento degli Ecosistemi causati dalle ideologie. Tocca a Noi decidere come saremo, chi saremo, questo è ciò che vuol dire ricostruire: è la Capacità di Reazione che ha a che fare con le possibilità e le soluzioni, e l'Umanità sa cosa deve fare...